8 settembre 1943
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Per i compagni fucilati in piazzale Loreto


Ed era l’alba, poi tutto fu fermo
La città, il cielo, il fiato del giorno.
Restarono i carnefici soltanto
Vivi davanti ai morti.

Era silenzio l’urlo del mattino,
silenzio il cielo ferito,
un silenzio di case, di Milano.

Restarono bruttati anche di sole,
sporchi di luce e l’uno e l’altro odiosi,
gli assassini venduti alla paura.

Era l’alba, e dove fu lavoro,
ove il piazzale era la gioia accesa
della città migrante alle sue luci
da sera a sera. Ove lo stesso strido
dei tram era saluto al giorno, al fresco
viso dei vivi, vollero il massacro
perché Milano avesse alla sua soglia
confusi tutti in uno stesso sangue
i suoi figli promessi e il vecchio cuore
forte e ridesto stretto come un pugno.

Ebbi il mio cuore ed anche il vostro cuore
Il cuore di mia madre e dei miei figli,
di tutti i vivi uccisi in un istante
per quei morti mostrati lungo il giorno
alla luce d’estate, a un temporale
di nuvole roventi. Attesi il male
come un fuoco fulmineo, come l’acqua
scrosciante di vittoria; udii il tuono
d’un popolo ridesto dalle tombe.

Io vidi il nuovo giorno che a Loreto
Sovra la rossa barricata i morti
Saliranno per i primi, ancora in tuta
E col petto discinto, ancora vivi
Di sangue e di ragioni. Ed ogni giorno,
ogni ora eterna brucia a questo fuoco,
ogni alba ha il petto offeso da quel piombo
degli innocenti fulminati al muro.

 

Alfonso Gatto, Il capo sulla neve, Milano, Quaderni di Milano-sera, 1949, p. 25-26


 

 

 

 

 

 

 

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