8 settembre 1943
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La Resistenza: il periodo iniziale

La montagna fu dunque allora la culla del partigianato, come ne fu poi la base fondamentale e l'ambiente di sviluppo e di consolidamento. Il tenente poco amante del colonnello andò a raggiungere la sua carretta in Val Josina, il camion carico di armi e di viveri prese la via della Valle Grana col suo gruppetto di ufficiali, e dal centro di Cuneo, nel pomeriggio dell'11 settembre, muoveva alla volta di Valdieri quella che era già una formazione, seppure bambina. Era la Banda «Italia Libera», composta d'una dozzina di civili, in gran parte vecchi militanti antifascisti, e guidata dal suo principale promotore, Duccio Galimberti. Fu questa, forse, l'unica formazione che si sia veramente costituita, in forma che voleva essere organica, in città, attraverso una selezione e un formale arruolamento e un raggruppamento, naturalmente ancora rudimentali, e che dalla città si sia trasferita, a costituzione avvenuta, in montagna. Nella notte fra l'11 e il 12 settembre, la banda migliorava il suo armamento con dei «prelievi» alla caserma della GAP di Valdieri, e il giorno 12 andava ad impiantarsi a Madonna del Colletto, a cavallo fra la Valle Gesso e la Valle Stura: è da questo esiguo nucleo originario che dovevan poi uscire, attraverso successive espansioni e figliazioni, tutte le formazioni GL del Cuneese.
Questa la situazione vista da Cuneo, nelle tragiche e febbrili giornate che tennero immediatamente dietro all'armistizio. Intanto, però, un po' dappertutto, nelle valli, si andavan costituendo, essenzialmente cogli elementi militari ancora rimasti, delle bande, più o meno numerose, più o meno omogenee, più o meno consistenti. E già fin d'allora richiamava l'attenzione generale Boves, o meglio San Giacomo di Boves, dove un capitano di complemento dell'esercito in dissoluzione aveva avuto la buona idea di avviare tutti gli elementi che, disorientati, gli venivano sottomano. Fu così che alla metà di settembre si trovavan concentrati sulle pendici della Bisalta (com'è chiamato, nella parlata locale, il Monte Besimauda) armati, mezzi e materiali in quantità notevole.
Che cosa spingeva tutti questi uomini, di cosi diversa origine, slegati gli uni dagli altri, in località distanti fra loro, ad andare in montagna? I motivi erano i più disparati, e non è facile, tanto più in uno scritto come questo, analizzarli compiutamente: potrà bastare qualche accenno, per grandi linee.
L'impressione di molti era che la fine della guerra stesse per arrivare, che fosse solo più questione di giorni: si pensava che da un momento all'altro ci sarebbe stato lo sbarco alleato in Liguria, e che conveniva aspettare in armi il giorno della liberazione. Cosi per un verso ci si poteva sottrarre alle rappresaglie dei tedeschi, indispettiti per il «tradimento» italiano; per un altro ci si apprestava a dar man forte agli alleati al momento finale; per un altro ancora si aveva il piacere di fare una vita militare di nuovo tipo, senza «naja», senza regole fisse. Per alcuni, essenzialmente, si trattava d'una bella avventura, in cui ci si imbarcava con giovanile trasporto. Per altri era una questione di fedeltà al giuramento, di continuazione del servizio militare. Per altri ancora, invece, era una esigenza rivoluzionaria che premeva e spingeva all'azione: una esigenza politica e morale, di carattere democratico, che chiamava in scena il popolo e gli metteva in mano le armi, per difendere ciò che l'esercito regio si era rivelato incapace di difendere, e per conquistare ciò che nessun esercito regio avrebbe potuto conquistare: la giustizia e la libertà.

Dante Livio Bianco, Guerra partigiana, Torino. Einaudi, 1973, p. 10-11.

 

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