8 settembre 1943
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Sandro Pertini. Il 25 luglio 1943.

Domenica 25 luglio: una serata come tante altre: Quando la radio diede il comunicato ci avevano già rinchiusi nel camerine. Eravamo più di settecento, nella stragrande maggioranza comunisti: Longo, Terracini, Scoccimarro, Camilla Ravera, Secchia. Poi c’erano Ernesto Rossi e Riccardo Bauer, del partito d’azione, e anche gli anarchici, gente che veniva dalle prigioni, naturalmente, che aveva fatto la guerra in Spagna, che era stata nei campi di concentramento francesi. Alcuni di noi, ritenuti “pericolosissimi”, godevano di un trattamento speciale: venivano sorvegliati a vista. La mattina del 26 notai che i militi che avevano la consegna di pedinarmi erano costernati. Un agente gridò: “C’è una comunicazione importante: tutti in piazza”. Era lì che ci riunivano per l’appello; quando veniva letto il nostro nome bisognava rispondere: “Presente”. Una guardia non seppe star zitta, e si lasciò scappare un a notizia che aspettavamo da vent’anni: “Hanno arrestato Mussolini”.
Scoprimmo così che c’era un nuovo governo, presieduto dal maresciallo Badoglio, e che la guerra continuava. Scoppiò un applauso, ma non si videro scene di esultanza clamorosa, il sentimento che prevalse fu un sentimento di angoscia per quello che ci aspettava: una eredità fallimentare. Presi subito contatto con alcuni compagni: “ Se non stiamo attenti”, dissi “può accadere qualcosa di grave”. Costituimmo un comitato, ne facevano parte ricordo, anche un albanese, che fu ucciso al ritorno in patria, e un libertario, Giovanni Damaschi, impiccato poi durante la lotta partigiana. Chiedemmo di essere ricevuti dal direttore della colonia penale, il commissario Guida, che diventò poi questore di Milano. Lo trovammo nel suo ufficio, era pallido, nervoso, aveva già fatto togliere il ritratto del duce. Gli spiegai che dal quel momento era il comitato che comandava, e lui doveva collaborare con noi, e come primo gesto, come prima prova di conversione era opportuno che impartisse l’ordine alla Milizia di smetterla di tenerci dietro; e quei giovanotti avrebbero fatto anche bene a togliersi la camicia nera e i distintivi e le cimici, come le chiamavano. Il dottor Guida poteva, saggiamente, per evitare inconvenienti, incorporarli nell’Esercito. Gli chiedemmo di far presente, con forte urgenza, al ministero dell’Interno, che c’era una logica conseguenza dei fatti: dovevamo essere tutti liberati e senza troppe formalità. Capivamo che, se i sorveglianti fossero intervenuti per frenare, controllare, sarebbe scoppiata una rissa furibonda, un macello. L’animo di molti era esasperato. Arrivai persino a disporre che le osterie servissero soltanto il vino necessario per consumare il pasto. Una sera fui fermato da due detenuti: “Hai fatto bene”, mi dissero “ma non dovevi proibire che si bevesse a volontà”. Incontrai uno con un fiasco in mano, ubriaco, e cercò di giustificarsi; c’era nella voce come un singhiozzo: “ Ho tanto atteso questo momento”. Noi laggiù, vivevamo secondo regole immutate, che dovevano essere rispettate con rigore: si poteva uscire dagli stanzoni, dove alloggiavano dalle tre alle cinquanta persone, verso le otto del mattino, bisognava rientrare per le otto di sera. Non si doveva superare un certo limite, appunto il confino. Camilla Ravera racconta nelle sue memorie che riuscì finalmente a scoprire le strade sassose, le siepi gialle dei fichi d’India, il mare grande e azzurro che ci circondava: immagini che erano vietate- Il tempo dell’attesa, passava lentamente, continuava ad arrivare il battello che partiva da Gaeta e trasportava i rifornimenti, la posta, i giornali; quando doveva sbarcare bestiame non c’era l’attracco, lo buttavano in acqua, con forti urla lo spingevano alla riva. Vedemmo arrivare una corvetta, che gettò l’ancora in una insenatura. A bordo c’era Mussolini. Scesero dei funzionari della Sicurezza, e avevano già deciso: lo avrebbero scaricato lì, ma ad un tratto si imbatterono in un ufficiale tedesco. Chiesero a Guida cosa ci stava a fare e così seppero che sulla costa c’era una batteria antiaerea, con cento soldati. Allora pensarono di cambiare rotta. Non tenevano in alcun conto la nostra presenza e il rischio che comportava. Andammo subito dal direttore per fargli presente il pericolo: ci disse: “So perché siete venuti, ma state tranquilli. Lo hanno già portato a Ponza”. Lo misero nella casa dove lui aveva fatto alloggiare Ras Immirù, l’abissino che aveva guidato le truppe del Negus e che, dopo la sconfitta, rifiutò di sottomettersi. Era un uomo pieno di dignità, alto, severo, portava un lungo mantello nero. Mussolini io lo vidi dunque una sola volta: all’arcivescovado di Milano, nell’aprile del 1945, lui scendeva le scale, io le salivo. Era emaciato, la faccia livida, distrutto. Tutte le mattine io andavo da Guida, per dargli le disposizioni. A Roma si muovevano molto adagio. Continuavamo a vivere secondo le consuete abitudini.Ricevevamo la “mazzetta”, una quota per acquistare i viveri: si versava un tanto, quelli del Pci avevano organizzato le mense collettive, c’erano dei cuochi che preparavano il pranzo e la cena per tutti. Ognuno di noi a turno, doveva fare il cameriere o il lavapiatti, apparecchiare, ripulire il refettorio. I comunisti dedicavano molte ore allo studio, avevano la loro scuola e quando arrivava materiale clandestino dall’Unione Sovietica o da Parigi discutevano le tesi politiche e non sempre erano d’accordo, così nascevano dure condanne e drammatici silenzi. Ed ecco il fausto momento: partì finalmente il primo veliero, ci furono molti abbracci, e quelli che se andavano stavano aggrappati alle sartie per salutarci, e noi eravamo lì sul molo, quelli sventolavano i fazzoletti, c’era un confinato che aveva portato con sé il bombardino, lo aveva salvato nelle trincee delle Asturie, nei campi di Vichy, attaccò l’inno di Mameli e noi ci m,mettemmo a cantare con passione, con ira, “va fuori d’Italia”, e quelli della Wehrmacht che capivano, ci fissavano cupi. Noi non dovevamo avere contatti con la popolazione, e temendo il peggio, lo scatenarsi di chissà quali cupidigie, tutte le ragazze, le donne giovani, erano state allontanate. Allora io dissi a Guida che potevano ritornare, non sarebbe accaduto niente. Un giorno il direttore mi mandò a chiamare: “Ho una bella novità per voi. È arrivato il telegramma che dispone per la vostra liberazione”. “Grazie, dissi, però non me ne vado finché qui resta uno solo di noi”. Ma Camilla Ravera, che diede sempre prova di una straordinaria forza morale, Terracini, e altri, mi convinsero che dovevo partire, per andare a perorare la causa dei detenuti, e così non diedi pace a Senise, Capo della Polizia, e a Ricci, che era agli Interni. Li andavo a trovare ogni giorno con Bruno Buozzi. Erano restii, avevano nei confronti dei comunisti paura e odio. Minacciammo uno sciopero generale, e l’argomento li convinse. Quando arrivò l’ultimo di Ventotene, potei andare a trovare mia madre. Era molto vecchia e mi attendeva. Strava sempre seduta su un muretto che circondava la nostra casa. “Che cosa fa, signoira?” le domandavano. “Aspetto Sandro”, rispondeva. Poi, rientrai nella capitale. Ero diventato con Nenni, con Saragat, membro dell’esecutivo del partito, e con Giorgio Amendola e Bauer facevo parte della Giunta Militare. Venne l’8 settembre e fui a Porta San Paolo, c’erano anche Longo, Lussu e Vassalli, e gli ufficiali dei granatieri sparavano e piangevano: “Il re ci ha lasciati, il re ci ha traditi”. Vittorio Emanuele III e Badoglio fuggivano verso Pescara, i tedeschi si preparavano a liberare Mussolini, cominciava un’altra triste e lunga storia.

Enzo Biagi, Quel 25 luglio 1943. Pertini, in “La Stampa”, 7 agosto 1973

 

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