8 settembre 1943
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  La testimonianza di un filosofo: Pietro Chiodi

26 luglio. Era quasi mezzanotte quando un tramestio insolito mi ha svegliato. Sento delle voci che gridano nella strada. Mi alzo. Sono dei miei allievi che mi annunziano la caduta di Mussolini. Mezzo addormentato come sono credo si tratti d'una allucinazione. Mi metto all'apparecchio radio. Una stazione francese ripete a intermittenza : “Mussolini a dimissio-né”. Che succederà ora?

27 luglio. È una magnifica giornata. Si respira a pieni polmoni. Sono al Liceo e guardo dalla vetrata il giardino. Non mi ero mai accorto che il Liceo fosse così splendente e pieno di luce. Sento che è una piccola parte della mia Patria. Quella parte in cui io sono chiamato a compiere il mio dovere verso di Lei. È la prima volta che mi accorgo di avere una Patria come qualcosa di mio, di affidato, in parte, anche a me, alla mia intelligenza, al mio coraggio, al mio spirito di sacrificio.

20 agosto. Stamane Cocito è venuto da me per riferirmi che una sollevazione popolare contro il governo Badoglio è prevista imminente negli ambienti ben informati. Bisogna agire in seno all'esercito affinché i soldati facciano causa comune col popolo. Alla sera, nei giardini della stazione, ci diamo convegno con alcuni ufficiali, sottufficiali e militari della guarnigione di Alba. Prendiamo degli accordi e stabiliamo una linea di condotta per la tragica eventualità. Ci sono però troppi fascisti fra gli ufficiali della guarnigione. Il colonnello è stato cambiato già da parecchio. Il nuovo è debole ed irresoluto.

2 settembre. Da alcuni giorni sono ad Acqui per una cura di fanghi. Nell'albergo c'è un comando di SS. Sono scese da poco dal Brennero e ostentano indifferenza e disprezzo.

8 settembre. Alle sette di sera giungo a casa da una passeggiata in campagna e trovo tutto l'albergo in subbuglio. Badoglio ha annunciato la pace ed ordinato di reagire ad eventuali attacchi dei tedeschi. Questi non si sognano neppure di attaccare. In una stanza dell'albergo vanno e vengono ufficiali e portaordini, come se nulla fosse. Mi stupisce l'indifferenza con cui alcuni ufficiali italiani vanno a coricarsi alla sera. Verso l'una il silenzio è rotto da raffiche e da scoppi di bombe a mano. Poi un concitato andirivieni di pattuglioni e di autoblinde tedesche.

9 settembre. All'alba incomincia un forte cannoneggiamento. Mi dicono che i tedeschi hanno sorpreso nel sonno e disarmato i soldati italiani in due caserme. Una terza resiste ancora ed è ora intensamente cannoneggiata. Decido di partire subito per Alba. Le strade sono deserte. Mi si spezza il cuore vedendo gruppi di soldati sospinti come animali dalle SS. Alle 16 sono arrivato ad Alba. Tutto tranquillo. Vado subito in caserma. Trovo Cocito eccitatissimo. Assieme ci rechiamo dal colonnello che informo di quanto ho visto ad Acqui. Il colonnello non sa che fare. Cocito insiste per la resistenza ad oltranza. Il colonnello si lascia indurre ad impartire degli ordini in questo senso.
Esco e trovo un amico a cui racconto ciò che ho visto. Mi guarda incredulo e poi dice: - Ad Alba i tedeschi non vengono. Alba non ha nessuna importanza.

10 settembre. Il colonnello ha telefonato a Cuneo ed ha deciso di non resistere. Ordina a tutti i soldati di rientrare in caserma e non muoversi. Cocito corre da un posto di blocco all'altro ordinando ai soldati di fuggire sulle colline con le armi. I tedeschi sono alle porte di Alba con alcuni carri pesanti. Entrano in città, occupano la caserma catturando uomini e materiali. Cocito è fuggito all'ultimo momento sgusciando, con un furgoncino carico di armi, fra gli automezzi tedeschi.

12 settembre. Un'atmosfera di sospensione e di terrore si è stesa su tutta la città. I negozi sono chiusi ed i viandanti rari e frettolosi. Dalla caserma giungono ad intervalli delle raffiche. Quattro soldati vengono fucilati e sotterrati nel letamaio. In lunghe file e scortati dalle SS i prigionieri vengono portati alla stazione e stipati nei carri bestiame. Uno non ce la fa più a camminare e invoca pietà. Viene abbattuto con una raffica nella schiena.
Nel pomeriggio si viene a sapere che la signora Rizzolio e Giovanni Ferrero sono riusciti a far breccia fra leSS ottenendo di vettovagliare i tremila uomini ancora in caserma. Spumante e denari allargano sempre più la breccia. Il numero delle evasioni ingigantisce. Per salvare la vita a cinque condannati a morte vengono fatte intervenire anche delle ragazze. Rotto il ghiaccio, molti si prestano con viveri e denari.
Sangue e spumante si mescolano. Un contadino si è avvicinato ad una finestra per dare del pane a suo figlio ed è stato freddato con una raffica. Un carro bestiame è fermo in stazione da sei ore sotto il sole. Ne escono grida sempre più fioche che invocano aiuto. Finalmente due sacerdoti riescono ad ottenere che il carro sia spiombato. Ne vengono estratti morti e moribondi. È sera, quando spossato e abbattuto apro la radio: Giovinezza.

25 settembre. Oggi nel pomeriggio sono arrivati ad Alba due militi fascisti in motocicletta. Hanno la camicia nera e sul berretto un teschio. La gente li guarda con odio e disprezzo.


Pietro Chiodi, Banditi, Torino, Einaudi, 1975, p. 13-17.16

 

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