8 settembre 1943
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Il regno di Badoglio


25 luglio. - Alle tre del mattino i componenti del Gran Consiglio abbandonano indisturbati palazzo Venezia. Tutto per aria? Raggiunto l'accordo? No. Alle quattro ci comunicano che l'ordine del giorno Grandi è stato approvato a larga maggioranza. Mussolini può salvarsi solo con la forza ammesso che l'esercito e la milizia lo sostengano. A mezzogiorno Bonomi ci legge il famoso ordine del giorno ma si rifiuta di darcene una copia e ci prega di non prendere appunti. Se ricordo bene i punti essenziali sono due: il primo, quello che attribuisce alla Corona, al Parlamento, al governo e agli altri organi costituzionali i compiti e le responsabilità stabiliti dalle leggi; il secondo, “l'invito al re di assumere l'effettivo comando di tutte le forze armate secondo l'art. 5 dello Statuto del regno”. Il re, secondo Bonomi, sarebbe già a conoscenza dell'ordine del giorno e, nel pomeriggio, si incontrerebbe a villa Savoia con Mussolini.
Ci convochiamo per le 17 ancora a casa mia. Alle 18 siamo informati che Mussolini si è recato a villa Savoia, ma non risulta che ne sia uscito. Alle 19 notizie identiche. Alle 20 le prime voci dell'arresto dopo il rifiuto delle dimissioni. Badoglio uscito dalla sua villa di via Grazioli Lante per destinazione ignota. Alle 21 una comunicazione di Bonomi: Badoglio incaricato di costituire il governo, Mussolini arrestato. Ascoltate la radio. Ascoltiamo la radio: trasmette musica leggera. Alle 22,45 finalmente: “Attenzione! Attenzione! Sua Maestà il re ha accettato le dimissioni del cav. Benito Mussolini”. Non si riesce a percepire altro. Un clamore fragoroso proveniente dalle strade copre il resto della trasmissione. Bisogna attendere che la comunicazione venga ripetuta per capire il resto. “La guerra continua, Badoglio assume il governo militare del paese, l'Italia mantiene fede alla parola data, chi tenta di turbare l'ordine pubblico sarà inesorabilmente colpito”. Ma la gente è già per le strade in tripudio. Nella ebbrezza del momento non ha capito, forse non ha neppure ascoltato i due proclami che seguono l'annuncio delle dimissioni.
26 luglio. - Come convenuto, di buon mattino mi reco allo stabilimento dell'UESISA in via IV Novembre dove si stampa II Lavoro fascista. V'incontro Corona, Vecchietti, ed altri alle prese con un gruppo di redattori i quali, in nome di una cellula antifascista da tempo costituita, si oppongono alla uscita di un numero speciale dell’Avanti! per pubblicare il loro giornale con una nuova testata: II Lavoro italiano. Mentre si discute molto animatamente ed alcuni operai affiggono sulla facciata dell'edificio manifestini annuncianti l'uscita dell’Avanti!, interviene, non si sa chiamato da chi, un gruppo di carabinieri in assetto di guerra e col mitra puntato. Non sentono ragioni e procedono ad arresti. Vecchietti, trovato in possesso della sua rivoltella da ufficiale, viene subito trasportato in questura, ma rilasciato nel pomeriggio. Un momentaccio! Con i compagni sottratisi all'arresto raggiungiamo la tipografia di Morara in via Ulpiano. A mezzogiorno 5000 copie dell'Avanti!, in formato di fortuna, vanno a ruba in pochi minuti nelle vie centrali di Roma. Il numero unico, a rileggerlo questa sera con calma, non mi soddisfa. Risente della fretta e dell'orgasmo con cui è stato compilato, nella forma e anche nella sostanza. Affidandone la compilazione ad alcuni giovani, io per primo non pensavo che si desse per avvenuto il cambiamento del nome del PSI e, tanto meno, avrei approvato nel sottotitolo “organo ufficiale dei lavoratori italiani”. Ma tant'è, si sa come vanno queste cose. I giovani compilatori non hanno saputo sottrarsi alla suggestione di considerarsi portavoce di tutti i lavoratori italiani, di annunciare la fusione di tutte le forze del proletariato e di vedere nel PSIUP l'unico interprete della sua volontà. Tutte enunciazioni belle e generose ma assolutamente fuori della realtà. Tuttavia la voce del Partito è circolata e questo giustifica ogni deficienza. Alle 16 riunione da Bonomi che ci sottopone il testo di un manifesto agli italiani, sottoscritto dai sei partiti antifascisti. Sono presenti De Gasperi, Gronchi, Spataro, Brosio, Casati, Amendola, Lombardo Radice, Cevelotto, La Malfa, Bauer, Romita, Vernocchi ed altri due che non conosco. Con variazioni di poco conto il manifesto viene approvato con l'incarico a ciascun partito di curarne la diffusione.

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