8 settembre 1943
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Si arrestano gli uomini

Appena si fece giorno, l’Agnese si vesti, preparò la colazione sulla tavola, svegliò il soldato, gli disse di partire subito, che c’erano i tedeschi in paese. Lui andò a lavarsi al pozzo, e intanto l’Agnese portò a Palita la sua tazza di latte caldo. La porta era aperta sull’aia Un gran silenzio occupava la campagna, un’aria bianca di settembre senza sole. Qualcuno arrivò correndo coi piedi scalzi, era un ragazzo che abitava più lontano, verso la valle. Senza fermarsi, disse: - I tedeschi. Vengono qui - II soldato diventò pallido, si mise in fretta la giubba e le scarpe. L’Agnese gli diede del pane: - Vai per questo sentiero. Più avanti c’è un fosso grande sotto l’argine. Nasconditi là. Stasera ritorna. Ti troverò un vestito da borghese. – Egli scappò di corsa, e intanto s’udì crescere un rombo di motore; un piccolo camion sbucò dalla cavedagna, frenò sull’aia i tedeschi saltarono a terra. L’aia, la campagna, il mondo furono guastati dai loro aspetti meccanici disumani, pelle, ciglia, capelli quasi tutti di un solo colore sbiadito, e occhi stretti, crudeli, opachi come di vetro sporco. I mitra sembravano parte di essi, della loro stessa sostanza viva. Erano otto soldati e un maresciallo. Andarono verso la casa. Il sottufficiale aveva in mano un foglio rosa. Disse: - Ottavi Paolo? - ma l’accento deformò il nome, che parve una parola tedesca. Palita non lo capì, e stava sulla porta, tirandosi su i pantaloni. — Rispondere, - urlò il maresciallo. - Dove essere Ottavi Paolo? - Palita rispose: - Sono io -. Dietro di lui apparve la faccia dura e spaventata dell’Agnese. - Qui disertori, soldati italiani? - domandò il tedesco. Fece per entrare, ma l’Agnese gli sbarrava la porta, e lui la urtò leggermente, passando, col calcio del fucile. Guardò in cucina, nella stanza, mentre i soldati cercavano nel fienile, nel pollaio, nella stalla. L’Agnese e Palita stavano stretti contro il muro e li seguivano con gli occhi. Uno andò verso l’uscio chiuso della Minghina. - Nein, - disse secco il maresciallo, e il soldato tornò indietro. - Voi Ottavi Paolo venire con noi, - dichiarò finalmente il tedesco. L’Agnese gli andò incontro: s’era come svegliata, camminava viva e pesante come quando decideva di compiere un’insolita fatica. - Dove lo portate? - chiese con severità. - Che cosa vi ha fatto? - II maresciallo rispose: - Arbeiten. Lavoro, - e le voltò le spalle. L’Agnese lo afferrò per un braccio, lui indietreggiò, liberandosi con uno strappo. - È malato, - disse l’Agnese. -Non può lavorare. - Raus! - comandò il tedesco impaziente. Palita aveva preso la giacca e il cappello, e andava verso il camion in mezzo a due soldati. L’Agnese gli corse dietro, gli strinse le braccia intorno al collo. Uno dei tedeschi tentò di staccarla, ma lei lo scostò con una spinta. Allora il soldato le appoggiò il fucile alla schiena, e la voce sgarbata ripeté: - Raus! - Pallido e tremante Palita si allontanò. Teneva la testa girata indietro e diceva: - Sta’ buona Agnese, sta’ buona. Se no è peggio. Bada alla casa, sta’ attenta al maiale che non te lo rubino -. I tedeschi montarono sul camion, vi issarono Palita tirandolo per le braccia. L’Agnese era rimasta ferma in mezzo all’aia, con il viso in alto. Sentì avviare il motore, il camion si mosse, imboccò la cavedagna, trabalzando sulle carreggiate. Lei si mise a correre. - Dicono che ci fermiamo in paese, nelle scuole, - gridò Palita. - Portami da mangiare e un po’ di biancheria. Mi farò scartare alla visita... L’Agnese trascinava nella corsa la sua grossa persona col battere del cuore affannato. Volle urlare: - Addio Palita, - ma non fu buona. Lui era là sul camion col suo aspetto amato e giovanile, fra i fucili e le facce tedesche che ridevano. - Fermati Agnese, - le gridò. - Mi raccomando la gatta... - Furono le ultime parole che lei intese: le altre se le portò via il motore che andava sempre più forte. Continuò ad ansare per molto tempo dopo quella corsa pazza. Un fianco le faceva male. Tornò a casa strascicando i piedi, sedette in cucina per farsi passare il batticuore. Guardava intorno sperando che fosse come quando di notte si sta per cadere da una montagna e ci si sveglia nel letto. Chiudeva gli occhi e li apriva, per rivedere Palita curvo sui suoi mucchi di vimini; e vedeva solo la gatta nera, diritta e desta al suo posto sull’angolo della credenza. Preparò la minestra in una pentolina, una sporta di provviste, il fagotto della biancheria. Si vestì di nuovo, si mise le scarpe; arrivò al paese carica, sudata. Tutti la guardavano, ma nessuno s’attentò di parlarle. In piazza c’erano delle donne che piangevano. Nelle scuole deserte s’incontrò in due soldati di guardia. - Uomini viaggio, - disse uno, quando la vide entrare con la sporta. - Dove sono andati? - chiese l’Agnese, quasi senza respiro. - Io niente sapere, - rispose il tedesco. Lei tornò indietro. Davanti alla casa del fascio si raschiò la gola, raccolse in bocca la saliva e sputò per terra. A metà della cavedagna posò la sporta e il fagotto, sedette sull’erba, si levo le scarpe che le facevano male. Sentì che era digiuna dalla mattina: prese la pentolina e il cucchiaio e mangiò la minestra. Pensava: “Palita non torna. Palita muore. Palita è morto”. Cominciò a piangere, e le lacrime cadevano sulle cucchiaiate piene.

Renata Viganò, L’Agnese va morire, Torino, Einaudi, 1972, p. 14-17.

 

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