8 settembre 1943
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Franco Fortini


Più di duecentomila italiani, male armati e male equipaggiati
erano sul Don. Ne tornerà la metà.
La marcia su Mosca, diceva Mussolini,
continuava quella su Roma.
Nessuno dei superstiti ha saputo raccontare
tutta la verità atroce della ritirata.
Ci sono patimenti che non hanno storia. Fu
nel gennaio del ‘43 che in agonia
migliaia di giovani di ogni classe maledissero in cuore
il fascismo. In Tunisia con le colonne dei nostri prigionieri,
sparì il mito africano, che in tre guerre
aveva distrutta tanta parte
della nostra ricchezza nazionale. E il ferro della guerra
si avvicinava al cuore delle nostre case.

Sulla costa italiana,
sul cosiddetto “bagnasciuga” di Mussolini,
cadono i primi inglesi, i primi americani,
figli di quegli italiani che la miseria fece emigrare oltre Oceano.
Il 10 luglio gli alleati sono a Siracusa,
il 21 a Enna, il 23 a Palermo. Ogni ora
le fortezze volanti rovesciano tonnellate di esplosivo
sulle nostre città.

Il 25 luglio cade anche il Fascio.
Cade tra le rovine.

L'Italia dell'8 settembre fu
un lungo treno di fughe, di ritorni, di deportazioni, di desolazioni.

Quando in quella sera di settembre
non ci furono più ordini,
ciascuno dovette scegliere da sé,
rischiare l'errore, decidere il dovere.

Cosi il ventennio lasciò il nostro paese.
Negli ultimi venti mesi del conflitto
sulle linee del fronte e nella battaglia civile,
il popolo italiano perderà la metà dei quattrocentomila e più morti
offerti agli idoli fascisti.
E il numero delle vittime civili
sarà più alto di quello dei soldati.

Quartieri secolari si disfecero in pochi secondi.
Bruciarono cento anni di lavoro e di risparmio
e opere senza prezzo e senza tempo.
Anche la nostra giovinezza spari tra quelle rovine.

Da quelle rovine uscì uno spettro.

Contro il vecchio e il nuovo fascismo
i partigiani impugnano vecchie armi e nuovi doveri.
Incendi, massacri, requisizioni. Ecco
tedeschi e fascisti in azione. Quelli
per i massacri maggiori, questi
per le basse opere.
Boves, Marzabotto, Sant'Anna, Vinca, le Ardeatine.
Nelle celle delle torture,
nelle piazze delle fucilazioni,
la rabbia fascista
si accanì su chi resisteva,
fece strage,
incalzata dalla paura.
Ogni borgo ebbe il suo impiccato.
Ma ogni bosco il suo partigiano.

Franco Fortini. Tre testi per film. All’armi siam fascisti …, Milano, Edizioni Avanti, 1963, p. 48-51.


 

 

 

 

 

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