8 settembre 1943
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Vittorio Foa
Il punto alto

A volte mi si è chiesto (e mi sono chiesto) se nella mia vita vi è stato un «punto alto», un momento o una fase di piena realizzazione, un riferimento su cui misurare me stesso. Per me, come per molti della mia generazione, la memoria della Resistenza è quella di un punto alto, è una immagine di gio-vinezza e di speranza. Col passare degli anni quel riferimento si è come scolorito. Non so se esso ha ceduto il posto ad altri « punti alti » oppure se è venuto meno lo stesso bisogno di un punto forte di riferimento. Questo mi sembra più probabile: una memoria di intensa partecipazione si diluisce per-meando di sé l'esistente, i valori antichi prendono forme diverse.
L'idea di un unico momento forte della vita che fissa la propria identità è forse un artificio, un tentativo ingannevole di affermare la propria continuità, la propria coerenza vitale. Certo, fra l'autunno del 1943 e l'estate del 1944, a Torino e poi a Milano, mi pare di avere vissuta una passione politica e personale molto forte. Ma proprio quella Resistenza cambiava la sua immagine nel tempo, cambiava la situazione e cambiavano le idee. Dopo la Resistenza ho fatto molte cose; posso pensare che vi sono momenti o fasi «deboli»? La forza e la debolezza sono presenti in ogni momento. E poi, siamo cosi sicuri che il punto forte, il punto alto, esprima sempre un valore superiore? E poi ancora: quello che era alto ieri è ancora alto oggi? Il tempo non è un giudice attendibile, ma sconvolge i giudizi.
Per me personalmente la Resistenza non è stata solo una passione. Essa mi ha insegnato cose che sono durate. La prima è quella del governo dal basso, che si confronta e intreccia con quello centrale, dall'alto, in una visuale integrata e integrale della democrazia. La seconda è quella del carattere politico della guerra di popolo e quindi anche del carattere politico delle lotte del lavoro. Nel marzo 1944, con lo pseudonimo di Carlo Inverni, avevo pubblicato un opuscolo sui partiti nella nuova realtà italiana. In
esso invitavo il Comitato di Liberazione Nazionale che raggruppava i cinque partiti antifascisti e operava clandestinamente, ad assumere un ruolo autonomo di governo nelle regioni occupate dal nemico. Era la posizione del Partito d'azione piemontese che poi divenne linea azionista in tutto il Nord. L'autorità centrale, il governo ufficiale, che era allora a Salerno e poi sarebbe stato a Roma, non era contestato: ne era negato il carattere esclusivo. Il Comitato dell'Alta Italia (allora ci eravamo dati quel nome alquanto presuntuoso) non doveva fare dipende-re le sue decisioni dal centro: il definitivo assetto istituzionale, economico e sociale doveva, a liberazione avvenuta, essere definito da un accordo fra il governo centrale e la Resistenza in attesa di libere elezioni. Roma ci appariva allora come drammaticamente esposta ai flussi di una restaurazione di tipo prefascista, di un sistema elitario e tradizionalmente capitalistico.
Su questa linea nell'estate del 1944, insieme con Riccardo Lombardi e Altiero Spinelli (e naturalmente col pieno consenso di Leo Valiani), scrivemmo al Comitato di Liberazio-ne dell'Alta Italia una Lettera aperta del Partito d'azione che chiedeva una formale autolegittimazione del Comitato come soggetto di governo. La proposta era molto radicale perché non riguardava solo i comitati «politici», costruiti dai cinque partiti antifascisti, ma comprendeva anche i comitati di base, espressioni di diverse realtà sociali e quasi sempre dominati dai comunisti. La proposta fu respinta; del resto essa era ormai fuori tempo. Il governo di Roma, con il sostegno degli Alleati, il cui apporto ci era ovviamente indispensabile, aveva già ripreso in gran parte il controllo della situazione. Ma quella linea di un controgoverno dal basso e dalla periferia come struttura istituzionale, come elemento di democrazia diretta che non doveva sostituire ma doveva integrare quella rappresentativa, mi era entrata profondamente nella testa. E forse essa c'era già prima, fin da quando a venti anni pensavo alla repubblica spagnola del 1931. Nella Resistenza fui sempre agitato da questo “bisogno di governo”.

Vittorio Foa, Il cavallo e la torre. Riflessioni su una vita, Torino, Einaudi, 1991, p. 140-141.


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