8 settembre 1943
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Carlo Azeglio Ciampi. Quei giorni a Scanno fra ’43 e ’44 …

Un nuovo rapporto fra Stato e cittadino

Giunsi in questo paese dopo l’8 settembre 1943 quasi per caso, e il caso s’impersonò nell’amico Nino Quaglione. Vi giunsi dopo aver provato, come tanti giovani militari, l’amarezza della dissoluzione dell’esercito, l’umiliazione della disfatta, la rabbia perché non ci era stato dato modo di reagire, lo smarrimento che ne seguì in ognuno di noi. In quei mesi del 1943 e del 1944 era saltato il rapporto tra cittadino e Stato. L’angoscia dello smarrimento nasceva da questo, dal conflitto tra un’educazione di obbedienza allo Stato e l’evidenza del venir meno del rapporto Stato-cittadino, del mancato rispetto dei valori fondamentali che stanno alla base delle istituzioni. Nel silenzio di queste montagne, si avviò un dialogo, una riflessione in primo luogo all’interno di noi stessi, con le nostre coscienze. Ci ponevamo la domanda sul come ritrovare il fondamento del vivere civile. Riconquistammo la serenità nei nostri animi a mano a mano che acquisimmo la consapevolezza intima dei valori alla base della vita di una collettività: in primo luogo la libertà , interpretata e applicata nel quadro del vivere in comune, il rispetto cioè delle libertà e dei diritti degli altri come condizione per rivendicare la libertà e i diritti propri. Rinacque in noi il sentimento dei valori che uniscono una comunità, che ne fanno un tutt’uno, i valori delle tradizioni, della cultura comune, tutti quegli elementi che costituiscono la Patria, le nostre radici, la terra dei nostri padri. Patria è una parola che non dobbiamo avere esitazione a pronunciare con orgoglio. Se fummo capaci di ritrovare i punti cardinali di riferimento, di riconquistare la serenità dell’animo, di fare le conseguenti scelte e di perseguirle con determinazione, di sentirci di nuovo parte viva di una società di uguali, ciò fu dovuto al clima umano che respirammo in queste montagne, in questa terra d’Abruzzo. Una popolazione povera, provata da anni di guerra, semplice ma ricca di profonda umanità, accolse con animo fraterno ogni fuggiasco, italiano o straniero; vide in loro gli oppressi, i bisognosi, spartì con loro “il pane che non c’era”; visse quei mesi duri, di retroviaq del fronte di guerra con vero spirito di resistenza, la resistenza alla barbarie. Il mio ricordo grato, affettuoso, commosso, va a tutti coloro che allora qui mi accolsero, molti dei quali oggi purtroppo non sono più con noi. Essi mi considerarono un loro concittadino. Maturò in noi una nuova coscienza. Quei mesi valsero per la nostra formazione molto più di anni di studio, valsero a fare chiarezza in noi stessi, a trovare il criterio guida dei nostri comportamenti. Nacque così quello spirito che spontaneamente accomunò tanti giovani di provenienze diverse, quello spirito che costituì il motore della rinascita morale, politica, economica del paese. Tutto quello che l’Italia, pur in presenza di tante diversità di credi politici, fece negli anni successivi, con grande rapidità, nel campo sia delle istituzioni, sia della ricostruzione, si spiega solo con quella grande maturazione che, in modi differenti, nel diverso svolgersi delle vicende, avvenne in tutto il paese. L’Italia allora fu materialmente divisa in due parti per quasi due anni. Ma non vi fu dubbio alcuno, allorché la forzata separazione venne meno, di ricomporne l’unità, unità che non era mai venuta meno nelle coscienze. Quell’esperienza, i drammi collettivi e personali che vivemmo, ci convinsero altresì della follia delle guerre intraeuropee. Da lì è nata la convinzione che tuttora ci anima e ci dà la forza che l’Unione europea debba essere fatta per motivi che vanno ben al di là delle motivazioni economiche. Deve restare ben viva in noi la consapevolezza delle tragedie che può provocare il rinfocolarsi dei nazionalismi, un rischio di involuzione morale e politica che non è certo cancellato dal nostro presente, come ci denuncia la tragedia dell’ex Jugoslavia. L’Europa o va avanti verso una Unione ben salda su istituzioni comuni, oppure corre il rischio di regressi. Non dobbiamo dimenticare i drammi che abbiamo vissuto nel nostro passato, affinché essi siano sicuramente risparmiati ai nostri figli, ai nostri nipoti […] Con questi sentimenti, che affondano nella memoria di vicende antiche e in noi sempre vive, e che si congiungono con il nostro presente, con i nostri proponimenti d’azione, accolgo con animo grato l’onore che avete voluto rivolgermi con il conferirmi la cittadinanza onoraria di Scanno […].

Parte del discorso pronunciato il 4 agosto 1996 in occasione del ricevimento della cittadinanza onoraria da parte del Comune di Scanno, pubblicato in “Nuova Antologia”, a. 131°, fasc. 2200, ottobre-dicembre 1996, p. 237-239.

 

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