8 settembre 1943
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Dante Gorreri. L’8 settembre


Verso le ore 17 dell'8 settembre 1945 si diffonde in città la voce che l'Italia si è arresa agli anglo-russo-americani. Qualcuno, messosi come al solito in ascolto di radio Londra per sentire dalla voce del colonnello Stevens come vanno le cose della guerra, ha captato invece la strabiliante notizia che subito, come un fulmine nel cielo sereno di quel bellissimo mercoledì di settembre, rimbalza di strada in strada nelle orecchie di tutti. Anche in quelle incredule del generale Moramarco che, da qualche tempo, ha sostituito al comando del presidio il Colonnello Sebastiani bocciato per “tendenze democratiche” dai superiori comandi. Il generale si mette all'ascolto di una radio; si sintonizza su una stazione italiana. É in onda un programma di canzoni che, anche allora, costituivano il piatto forte dei programmi radiofonici nostrani. Quindi tutto regolare. Comunque, per maggiore sicurezza, Moramarco si mette in contatto telefonico con Piacenza, dal cui comando dipende la piazza di Parma. Un sospiro di sollievo: non è vero niente. Si può andare a cena tranquilli. Ma alle 19,45, all'improvviso, interrompendo i gorgheggi del trio Lescano in quel momento in azione su radio Roma, uno speaker annuncia: « E' al microfono il capo del governo maresciallo d'Italia Badoglio che rivolge agli italiani una importante comunicazione ». In realtà davanti al microfono non c'è Badoglio, ma solo un nastro inciso già alcune ore prima, per poi dar tempo al duca di Addis Abeba ed al suo amato imperatore di veleggiare verso porti più sicuri onde mettere in salvo le loro preziosissime vite. Del resto, lui, la sua parte l'aveva già fatta: aveva dato gli ordini, no?! Ora toccava agli altri eseguirli. Il testo del comunicato diceva: « II governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell'intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza ». L'annuncio fa colpo e la gente scende nelle strade. Ma non c'è l'esplosione di gioia spontanea ed irrefrenabile del 25 luglio. Questa volta, gioia e timore si agitano con ugual forza nell'animo di tutti. Eppure il comunicato afferma che la guerra, l'aborrita nefasta guerra fascista, è finita ... Finiti i bombardamenti, le privazioni, i sacrifici, i tormenti, le mutili stragi ... Ma un grosso interrogativo chiude nella strozza il grido di esultanza che vorrebbe uscire dal cuore di ciascuno: cosa faranno i tedeschi? I partiti antifascisti, subito presenti questa volta, consci della gravita dell'ora, decidono di convocarsi immediatamente in comitato, di stendere un manifesto da indirizzare ai cittadini, di chiamare intanto il popolo a manifestare nelle strade e nelle piazze la propria esultanza per la fine della guerra e per la pace. Da via Imbriani, da borgo del Naviglio, colonne di dimostranti con alla testa le figure più popolari dell'antico antifascismo parmense, si dirigono cantando verso piazza Garibaldi. Alcuni puntano su piazza del duomo allo scopo di far suonare il « bajon » in segno di festa. Chi tiene le chiavi del campanile si rifiuta, però, alla richiesta dei popolani. Altri, guidati da Virginio Barbieri, si recano alle carceri di S. Francesco per ottenere la scarcerazione di tutti i detenuti politici e dei prigionieri di guerra, fra i quali c'era un folto gruppo di iugoslavi. Il direttore delle carceri riceve una delegazione dei dimostranti e promette le scarcerazioni richieste per l'indomani. Ma domani sarà troppo tardi, perché i tedeschi avranno già occupato la città. Intanto, mentre alla folla radunata in piazza parlano Giuseppe Isola, Lanfranco Fava e Luigi Porcari, e mentre nella casa di Campanini in via Trieste, sede della federazione del P.C.I., Bruno Longhi stende la bozza del manifesto da proporre all'approvazione del comitato antifascista, in via Farini, nell'ufficio dell'avvocato Savani si radunano in tutta fretta l'avv. Foà del partito d'azione, i socialisti Credali e Bernini; assenti i rappresentanti della d.c., dei liberali e dei repubblicani, non potuti rintracciare.


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