8 settembre 1943
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Luigi Porcari

A me preme invece qui rilevare e sottolineare la continuità e la concretezza della nostra azione prima e dopo il 25 luglio, il quale per noi d'altronde non ha certamente rappresentato una sorpresa, se non per il modo in cui il fascismo è ufficialmente caduto; cioè con il maldestro tentativo della monarchia e della grande borghesia di dissociarsi dalle responsabilità dell'infausto ventennio, tentativo con il quale però non sono riusciti ad ingannare nessuno. E nemmeno, il 25 luglio, ha rappresentato una svolta nella nostra politica, che non poteva cambiare, nella forma e nella sostanza, poiché il governo Badoglio si proponeva, di fatto, di realizzare gli stessi obbiettivi del fascismo, possibilmente usando gli stessi mezzi repressivi (si pensi solo al ritardo ed alle difficoltà frapposte alla liberazione dei detenuti e confinati politici), e non è certamente merito suo se non vi è riuscito, come non è stato merito del fascismo di avere anch'esso fallito. Il 25 luglio è stato semmai una conferma, se si vuole ancora incompleta, della validità delle nostre previsioni, della giustezza ed efficacia di quella nostra attività. Mi preme rilevare quella continuità e concretezza perché mi sembra di poter affermare che è stato mediante quella attività che il Partito [comunista] ha potuto mantenere, anche durante gli anni che non è esagerato definire terribili, il costante contatto con i lavoratori, di cui ha sempre saputo, allora come prima e come dopo, interpretare i bisogni e le aspirazioni. Ed ancora, che è stato grazie a questa attività - il cui merito non è di questo o quell'altro dirigente, ma di tutti indistintamente i suoi militanti - che il Partito ha potuto crescere sempre di più, a Parma come altrove, come forza e come prestigio, tanto da trovarsi poi in condizioni di poter affrontare con successo gli immani compiti che avrebbe comportato la preparazione, prima, e la condotta, poi, della guerra di liberazione.Per questo, quindi, nemmeno l'otto settembre ci ha colto di sorpresa e non ci trovò impreparati. Tanto che, alla sera dello stesso giorno, mentre Dante Gorreri, Brunetto Ferrari e Bruno Longhi cercavano affannosamente ed infruttuosamente di trovare i rappresentanti degli altri partiti del C.L.N. per decidere assieme il da farsi in quella situazione, io tenevo il mio primo comizio della mia vita in piazza Garibaldi, invitando a nome dei comunisti e nell'interesse di tutta la popolazione, tutti i cittadini ad armarsi ed a combattere assieme a noi i tedeschi per cacciarli dal nostro Paese. E quella stessa notte, mentre i tedeschi cannoneggiavano la scuola di applicazione di fanteria - che sarà l'unico esempio di resistenza ai tedeschi, unitamente a quello dell'equipaggio di un carro armato che preferì farsi uccidere piuttosto che arrendersi, offerto a Parma dall'esercito italiano - ci recammo spontaneamente ed autonomamente - nel senso che nessun accordo avevamo preso fra noi in proposito perché non prevedevamo che le cose precipitassero così rapidamente - in tutte le caserme per invitare i loro comandanti ad organizzare la resistenza, assicurando loro il nostro appoggio a quello della popolazione tutta. Non ci fu però nulla da fare, perché tutti quei comandanti, senza eccezioni, si rifiutarono adducendo a pretesto la mancanza di disposizioni dei loro superiori, così come nulla ci fu da fare per la nostra richiesta che fossero distribuite le armi alla popolazione, la quale se ne sarebbe servita anche senza gli ordini. Dovemmo quindi impossessarcene, non importa se con le buone o con le cattive, armi che alcuni giorni dopo mandammo in montagna, nella zona del piacentino in località Sette Sorelle e a Vischeto nel Parmense, una frazione di Bardi, dove già allora contavamo di far affluire i primi volontari per la formazione dei gruppi armati che intendevamo costituire. Queste armi rappresentarono la prima dotazione del distaccamento “Guido Picelli”, di cui dirò, e furono usate nel primo combattimento che ebbe luogo nel parmense, ad Osacca, il 25 dicembre del 1943. In questo primo combattimento furono messi in fuga i fascisti che, saliti da Noveglia in circa 150, avevano creduto di trovarsi di fronte a dei poveri sbandati sui quali avrebbero potuto facilmente avere la meglio.

 

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